Il privilegio inaspettato

Marco Sclarandis

Entrando nelle sale della mostra allestita nell’antica fabbrica di liquori Aurum di Pescara, per curiosità mi fermai a dare uno sguardo alle opere di un artista a me perfettamente sconosciuto. Essendo le opere esposte quasi tutte disegni a china, non potevano attrarre l’attenzione del visitatore con il colore. L’ambiente espositivo, di sobria bellezza architettonica, carico anch’esso di storia, in una città, Pescara, di recentissima fondazione rispetto al resto di quelle italiane, rendeva la visita invitante. E poi Aurum, ovvero il nome preso dal liquore che ivi si produceva e col quale oggi l’edificio è conosciuto, dispone l’animo a un onesto arricchimento, anche se di ordine culturale.
Su tutto, poi, aleggiava l’aura del Vate, che astutamente battezzò quel distillato all’aroma di mandarino col nome latino del metallo prezioso per antonomasia. Dovevo solo chiedere una veloce informazione alla direttrice. Ma la quantità cospicua di soggetti, affollati letteralmente di particolari, impediva uno sguardo di pigra frettolosità. Fu così che persi, anzi guadagnai, più di un’ora a esaminare una per una quelle immagini che sembravano provenire da una foresta tropicale, dallo specchio di un telescopio orbitante, oppure dal vetrino di un microscopio ospitante una goccia d’acqua palustre.
Man mano che proseguivo nella visita mi accorsi che c’era qualcosa di evidente ma parimenti occulto in quelle forme fantasiose e delicatamente enigmatiche. A un certo punto vidi che quelle orde e miriadi di esseri che popolavano la gran parte delle opere, simili a spermatozoi, mi dichiaravano d’essere ambasciatori di un significato rimasto criptato fino a uno sguardo precedente. Quei riquadri in bianco e nero mi erano di colpo diventati familiari in un modo che posso solo definire magico. E, per me, l’essenza della magia risiede nella irriducibile imprevedibilità di un evento o di una soluzione. Ecco che cos’erano quelle minuscole e innumerevoli creature che popolavano quei disegni. Quintessenze di genti sterminate, legate a noi spettatori viventi da intricatissime reti di storie perdute nella notte dei tempi, intrise di passioni spregevoli e incantevoli, e quelle linee immaginarie delimitanti resse, folle e assembramenti di spermatozoidi o vibrioni che fossero, potevano essere indifferentemente confini o rifugi d’anime in cerca di salvezza o in procinto di perdizione. Sembravano masse indifferenziate, sebbene fossero inequivocabilmente insiemi di individui unici, tanto quanto unici e indivisibili siano i numeri primi.
Vidi per un istante l’albero genealogico assoluto, con tutti i suoi infiniti rami e fogliame. Chi aveva disegnato quei paesaggi aveva visto sicuramente ciò che succede quando l’incommensurabile cosmo accetta di farsi racchiudere dentro una scatola, senza per questo perdere la sua maestosa complessità. Nel frattempo due persone minute, dall’aspetto di viandanti in transito dalla maturità alla vecchiaia, erano affaccendate a ultimare l’allestimento dei quadri. Avvicinando l’uomo e la donna, in pochi attimi mi buttai a capofitto in un appassionato e genuino sproloquio, parlando delle impressioni che quelle immagini mi avevano suscitato. I due mi ascoltavano con interesse e sprigionavano una meravigliosa quanto rara umiltà. Però, pensai, forse queste due persone sono pensionati che integrano il loro modesto reddito, o sono volontari che, invece di buttare via il loro tempo dietro innumerevoli occasioni di insulso svago consumistico, lo impegnano per lenire e ridurre la sofferenza e la stolta bruttezza che infesta le nostre vite. Fu così che dissi loro quanto quella mostra mi aveva mostrato e dimostrato per l’ennesima volta, cioè che noi umani siamo attratti e ossessionati dall’infinito. Che quantunque l’infinito sia intangibile, ineffabile e inafferrabile, esali, filtri, sgusci e sgaiattoli da ogni poro, crepa e fessura che incessantemente sfascia, disfa e corrode le nostre vite mortali.
Ed ecco che irruppe l’inatteso. E proprio nella veste di un individuo in carne e ossa. L’artista che aveva dall’infinito tratto quei frammenti timidi ma significativi, e con il suo immercificabile lavorio e lavoro li offriva a chiunque offrisse un poco della propria attenzione, era comparso lì davanti a noi. Inaspettato, un altro colpo di scena. L’inaspettato privilegio. La coppia che con aristocratica semplicità terminava gli ultimi dettagli dell’esposizione altri non era che i genitori di Donato Di Zio, l’autore. Allora non potei fare a meno di scambiare alcune parole anche con lui e donargli una raccolta di miei versi, frutto di un lungo e rocambolesco itinerario emotivo che ritengo riassunse Groucho Marx in modo sublime dicendo: “Sono partito da niente, sono arrivato a niente, ma tutto da solo."

Tre patate vedo nel mio piatto
Ma cento nella cesta ce ne sono
Mille nell’orto stanno maturando
Un miliardo nei campi sulla terra
Non le vedo ma miliardi di miliardi
Sonnecchiano acquattate su pianeti
Tanto lontani quanto immaginabili
Mi chiedo se il galattico ortolano
Che insiste nel propagare tuberi
Sappia del limite fissato invalicabile
Affinché di patata non s’impantani tutto
O forse è nell’ufficio bulbi tuberi rizomi
Che litigano sulle quote ultime assegnate
E intanto clandestine solanacee
Perse da carriole in mondi non censiti
Incuranti di destino lesso o fritto
Germogliano con beatitudine ineffabile

Con questi versi ti saluto e ti ringrazio, Donato, certo che il frutto della tua ricerca non è maturato invano, ma al contrario sarà nutrimento per altri, che con incalcolabile ostinazione costringeranno l’infinito a svelarsi, anche a quelli che non s’accorgono che la noia è solo l’ombra dello stupore.